“To Exist is to Resist”, il deserto del Negev e le tribù beduine

3 dicembre 2014 | Lascia il tuo commento

Negev 2

I nostri The Sun sono da poco partiti per un importante viaggio in Palestina e Israele. La loro prima tappa è stata il deserto del Negev, un meraviglioso territorio che sta affascinando moltissimo i ragazzi. Ma il Negev è anche un luogo molto significativo nella storia del conflitto israelo-palestinese. Situato nel sud dello stato di Israele, esso costituisce circa la metà del paese. In questa inospitale ma affascinante terra vivono attualmente circa 45 insediamenti beduini che non sono riconosciuti però dal governo israeliano e ai quali sono negati i servizi più basilari, quali acqua, elettricità, assistenza sanitaria.

Prima del 1948 in questa arida zona desertica vivevano circa 80.000 beduini che, con un stile di vita semi-nomade, si dedicavano principalmente all’attività dell’agricoltura tradizionale. Nei successivi anni la maggior parte di questa popolazione fu espulsa dalla sua terra d’origine, divenendo un altro folto gruppo di profughi palestinesi sparsi tra Cisgiordania, Israele, Giordania ed Egitto. Solo poche tribù rimasero. Il loro destino non fu comunque migliore di quello di coloro che lasciarono il deserto: furono confinate infatti in una piccola area nel nord-est del Negev chiamata Siyag (recinto), conosciuta per essere la più arida del paese. In quegli anni di intensa guerra il deserto del Negev rappresentava per Israele una vera e propria sfida pioneristica. Il principale obiettivo era infatti quello di realizzare un verde bosco in questo territorio desertico.

Con il passare degli anni e degli accordi internazionale la situazione resta pressochè immutata. Ad oggi i beduini continuano a vivere come fantasmi, costretti a subire continui trasferimenti da una zona all’altra. Nel 2009 lo stato di Israele propose il piano Prawer Bil che prevedeva lo spostamento coatto di tutte le comunità beduine. Per fortuna lo scorso Dicembre l’idea di tale progetto è stata definitivamente abbandonata dal governo israeliano visto che la coalizione al potere era divisa al riguardo. Date, numeri e fatti storici sono sicuramente importanti per custodire la memoria di questa infinita sofferenza. Credo però di poter rendere meglio l’idea dell’attuale situazione dei beduini citando un paragrafo contenuto nel libro “voglia di normalità” del sacerdote Nandino Capovilla, lettura che mi ha colpito e che consiglio vivamente.

Dal 1993 le trentacinque famiglie di Wadi Abu Hindi non avevano avuto più il permesso di edificare. Né case di mattoni né prefabbricati, per loro. Loro, come altri tutti gli altri quattromila degli accampamenti vicini, avevano ricevuto di demolizione a più riprese. Il “Comitato beduino di protezione”, che cercava di tutelarli, provava con grande tenacia a resistere. Ma era sempre più difficile. Ordine di demolizione per qualsiasi cosa poggiasse sulla nuda terra […] Eppure loro erano qui da prima. C’erano già.

Lo scorso 29 Novembre a Lucca si è svolta la giornata ONU per il popolo palestinese. Occasioni come questa sono importanti per portare l’opinione pubblica a confrontarsi con tutte quelle situazioni in cui diritti umani più basilari vengono negati. E noi Spiriti del Sole non possiamo che partecipare e unirci in preghiera affinchè il processo di pace prosegua e le sofferenze possano esaurirsi sia da un lato che dall’altro. Perchè in fondo “we all bleed the same colour”.

 

Francesca Mazzoni

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