Una voce per i rifugiati: la storia di Pedro

20 settembre 2016 | Lascia il tuo commento

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Ormai da diversi mesi, per non dire anni, molte persone scappano dalla propria terra per raggiungere quella che considerano una “Terra Promessa”. Questo fenomeno, che ai più giovani tra noi può sembrare nuovo, si verifica dalla notte dei tempi. Solo per citare il caso italiano, dall’unificazione ad oggi, si stima che oltre 20 milioni di persone siano emigrate verso gli Stati del mondo occidentale: è come se la popolazione odierna dell’Italia settentrionale si trasferisse all’estero.

Per noi, oggi, l’emigrazione non è solo un fenomeno da studiare sui libri, da rivivere tramite film o documentari o da approfondire sui giornali; l’emigrazione è un fenomeno che viviamo nelle nostre città, nelle nostre comunità, che interessa la nostra politica e la nostra società e che ci interpella, come cittadini e come cristiani.

Un lettore attento di questo spazio dell’Officina del Sole potrebbe aver notato una nostra insistenza su questo argomento; è stata una scelta, fatta con l’intento di descrivere, articolo dopo articolo, alcuni degli aspetti che caratterizzano questa realtà, dando voce a chi si impegna in prima linea ad assicurare accoglienza ai fratelli che bussano alle nostre porte.

refugeesC’è un’umanità che soffre e non è più lontana, non è aldilà di uno schermo, oltre l’obiettivo di un foto reporter, all’atterraggio di un lungo volo verso sud o verso est. È qui, all’ingresso del supermercato dove facciamo la spesa, al semaforo, tra i filari dei nostri vigneti, nel cantiere edile della nostra casa, sulle panchine della stazione, lungo le rive dei fiumi, sotto i nostri portici, sulle nostre spiagge…

C’è un’umanità che soffre e che è venuta a donarci il potere salvifico della sua sofferenza. C’è un’umanità povera che riconosce la tentazione alla chiusura della nostra occidentalità e si è scomodata per prima, ha rischiato la vita per mettere in discussione i nostri stili, le nostre priorità, per vincere contro i nostri pregiudizi, per smuoverci nella carità e richiamarci alla concretezza del nostro essere umani e fratelli.

C’è un’umanità che soffre che non può più permettersi di lasciarci indisturbati nella nostra indifferenza e ci richiama alle nostre responsabilità («Dov’è tuo fratello?» Gen 4, 9).

Ecco, forse è proprio questa la chiave per aprire le porte dell’accoglienza.

Questo articolo e la video testimonianza che segue hanno la pretesa di accompagnarci in un esercizio di ascolto a cuore aperto per farci coinvolgere da Pedro, un rifugiato politico proveniente dalla Nigeria che, spinto dal grande desiderio di dare il suo contributo per rendere questo mondo un po’ più ospitale per tutti, ha deciso di mettere a servizio degli altri la propria difficile esperienza, per combattere le ingiustizie e «dare voce a chi non ha voce».

Apriamo il cuore a Pedro, partecipiamo alla sua storia, immaginiamo la sua vita, rendiamo vive le sue parole. Indossiamo le sue scarpe, lasciamoci togliere la dignità da vestiti troppo sporchi, sdraiamoci su quella stessa panchina. Carichiamoci della sua solitudine, sentiamo l’ansia delle sue incertezze, immaginiamo la devastazione di una guerra, facciamoci togliere la speranza dalle persecuzioni, facciamoci rubare il futuro dalla povertà. Sentiamo il peso di una vita priva di bellezza.

Ma anche carichiamoci di entusiasmo con la sua voglia di cambiare davvero questo mondo, sentiamoci la responsabilità e troviamo il coraggio di adottare un atteggiamento realmente accogliente nei confronti di chi soffre. Impegnamoci, come Pedro, ad essere il megafono di chi è debole, di chi non è ascoltato, di chi è ai margini della società. Solo così potremo aprire la porta a quei fratelli lontani che sono venuti qui, proprio da noi, a cercare con fiducia l’umanità perduta.

Buona visione a #CuoreAperto.

 

Redazione In-Formazione

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