Padre Ibrahim: «Voi mandate le bombe, noi restituiamo fiori»

27 luglio 2017 | Lascia il tuo commento

Due Spiriti del Sole hanno incontrato il parroco di Aleppo in occasione della presentazione del suo libro, “Un istante prima dell’alba”. La testimonianza si fa racconto: laddove infuria la guerra, vengono gettati semi di speranza e di pace.

 

2 maggio 2017. È una serata piovosa a Brescia, una di quelle sere fatte per restare comodamente a casa, seduta sul divano. Una di quelle sere in cui il mondo e i suoi problemi restano chiusi fuori casa e il pensiero di chi sta male, lo rimandi a domani. Invece per nostra fortuna non è stato così per noi; non per merito ma per grazia siamo venute a conoscenza di un incontro in una parrocchia della città con padre Ibrahim Alsabagh, frate minore francescano, parroco di Aleppo.

 

Una chiesa gremita e silenziosa accoglie questo sacerdote che, fin dalle prime battute, mette in evidenza la sua semplicità, la sua forza, la serenità che porta nel cuore e soprattutto la sua grande fede. Un incontro-racconto quello di padre Ibrahim che inizia narrando il suo “Sì” nel 2014 alla chiamata a divenire parroco di Aleppo. Un sì non scontato, ma pronunciato senza indugio e senza porre condizioni. Ed è così che padre Ibrahim, uomo di cultura, appassionato di libri e teologia, si ritrova a gestire la parrocchia di San Francesco della Custodia di Terra Santa ad Aleppo e con essa le tante emergenze presenti, reinventandosi nelle situazioni più disparate da infermiere, vigile del fuoco, muratore e tanto altro con l’unica consapevolezza nel cuore di voler dare tutto, senza risparmiarsi mai. «Dono tutto me stesso, tutte le mie energie e risorse alla mia gente».*

 

 

Mentre padre Ibrahim racconta di come si vive ad Aleppo, ci si sente trasportati in una dimensione lontana e quasi difficile da immaginare. Racconta dei tanti problemi che affliggono la popolazione, dalla mancanza prolungata  di acqua ed elettricità, alla difficoltà di trovare occupazione per tanti padri di famiglia che non riescono più a provvedere ai loro figli.

 

La corrente elettrica è un lusso ad Aleppo che la gente non può permettersi: niente frigoriferi o elettrodomestici e ancora più drammaticamente in molti casi neppure illuminazione per tante famiglie. Ma questo non scoraggia, al punto che per esempio i ragazzi, per non lasciare l’università, si ritrovano insieme a studiare alla luce fioca di una candela, sostenuti dai loro genitori che, talvolta rinunciano anche ai beni di prima necessità, per permettere ai propri figli di avere un futuro migliore.

 

 

Come l’elettricità anche l’acqua è un vero dono prezioso di cui purtroppo spesso senza preavviso devono fare a meno. Per ben sessanta giorni consecutivi la gente non ha avuto acqua nelle case e, quando è stato possibile, ha attinto al pozzo del convento dei frati. Vivere per sessanta giorni senza poter disporre di acqua corrente sembra quasi inimmaginabile per chi è abituato ad aprire il rubinetto e dissetarsi, lavarsi e cucinare; ma per chi vive interruzioni continue di fornitura d’acqua corrente e non sa se, aprendo il rubinetto, potrà riempirsi un bicchiere d’acqua, allora ogni goccia in più diventa una benedizione di cui ringraziare, proprio come San Francesco quando diceva «Laudato si’ mi Signore per sora acqua tanto utile e preziosa».

 

Padre Ibrahim non può esimersi dal narrare della grande tragedia della guerra in atto, che semina paura, distruzione e morte. Molti sono fuggiti da questa città  e chi resta spesso lo fa solo perché non ha altro luogo dove andare. Capita allora che molte famiglie continuino a vivere in case danneggiate dai bombardamenti, perché è l’ultima cosa che resta e a cui aggrapparsi, una casa talvolta con tetto pericolante, con grandi buchi nel muro, ma pur sempre un luogo dove potersi rifugiare e raccogliere la propria famiglia.

 

 

Più la serata avanza più si dipingono nitidamente le difficoltà, i problemi, i drammi e le umiliazioni a cui questo popolo è sottoposto a causa di una guerra che ha ucciso il presente, ma che rischia anche di annullare il futuro di Aleppo. Eppure nelle parole di padre Ibrahim non c’è disperazione, bensì speranza, forza e fiducia in Dio.

 

I frati della Custodia di Terra Santa sono l’esempio vivo di quell’amore per il fratello che ti rende inquieto, ti mette in cammino e non ti fa risparmiare. È l’amore che risponde all’odio con una razione doppia d’amore e che accende la creatività per trovare soluzioni vere, talvolta fuori dagli schemi, rischiose, ma che hanno come unico scopo quello di portare sollievo al bisogno del fratello chiunque esso sia, cristiano o musulmano, facendogli sentire che Dio non abbandona mai. Così davanti alla mancanza di acqua le porte del convento si  spalancano per  tutti coloro che ne hanno bisogno; e per chi non può raggiungere il pozzo, è l’acqua che arriva alle case, grazie ad alcuni furgoncini con delle cisterne che garantiscono il servizio per anziani e disabili.

 

Nascono tanti progetti che fanno fronte alle esigenze più disparate e che mettono in rete risorse materiali ed umane; mentre i frati vivono la carità francescana che chiede di  «non accumulare mai nulla, svuotando le tasche anche di quel poco che raccogliamo»,* attorno al convento cresce il numero di volontari che si mettono a disposizione nella collaborazione in vari servizi. Segno che chi ama riceve sempre il centuplo e che Dio non fa mai mancare aiuti e consolazioni a chi decide di mettersi al servizio dei più deboli.

 

 

L’impegno di padre Ibrahim e dei suoi confratelli è un impegno costante che cerca di rispondere ad esigenze materiali e spirituali: progetti di ricostruzione di case, progetti di aiuto alle famiglie che, senza lavoro, non possono pagare il mutuo, progetti di distribuzione di acqua, pacchi di cibo e di una minima percentuale di corrente elettrica per far fronte alle esigenze di base. Ma le persone non hanno bisogno solo di cibo ed acqua; c’è una fiamma di speranza che deve restare viva, quella fiamma che  permette di sognare ancora per il presente e per il futuro, anche quando sembra di sperare contro ogni logica. Nasce così l’idea del centro estivo per i bambini , di una sala studio per i ragazzi universitari e di tanti progetti di sostegno alle coppie.

 

Padre Ibrahim mostra che non ci sta a lasciare all’odio e alla morte l’ultima parola. Le cronache di guerra da Aleppo sono anche cronache di vita e di speranza, perché tutto l’amore che si spende per il più piccolo dei fratelli ricorda che ogni venerdì santo è solo un passaggio che  apre alla Risurrezione, rispondendo con la speranza e l’amore a chi vuole portare morte e distruzione. Non ci sono toni aspri, duri o di condanna, non disperazione o rabbia. Ogni parola, ogni progetto apre alla speranza di un futuro possibile anche per la Siria. Viene da chiedersi da dove si trae la forza per andare avanti, per non lasciarsi schiacciare dai tanti problemi che affliggono la popolazione.

 

 

Quando la situazione è così drammatica e sembra non ci sia soluzione, umanamente la tentazione di gettare la spugna potrebbe essere dietro l’angolo. Eppure l’esempio di padre Ibrahim e dei suoi confratelli che resistono, che si spendono senza sosta, che donano tutto e lo fanno con consapevolezza, fa intuire che  tanta forza può venire solo da Dio. Nella semplicità del suo racconto si respira a pieni polmoni che nulla sarebbe possibile se la base di ogni gesto d’amore e carità non fosse Dio stesso. La preghiera allora diventa sostegno, dialogo di fiducia e d’amore, momento di verità e discernimento.

 

Il 25 ottobre del 2015 una bomba è stata lanciata sulla chiesa di san Francesco ad Aleppo, proprio durante la celebrazione eucaristica. La bomba ha colpito la cupola della chiesa che fortunatamente ha retto e l’attentato non ha provocato morti o feriti gravi. Qualche giorno dopo, durante la celebrazione del 1° novembre, è stato portato all’altare tra le offerte il frammento di una bombola di gas inesplosa, addobbato e ricoperto di fiori. Padre Ibrahim scrive: «Il simbolo di odio e morte è stato “battezzato” ed è divenuto un segno dell’amore che perdona e dà vita. Ci mandano la morte e noi restituiamo loro la vita. Ci lanciano l’odio e noi offriamo in cambio l’amore, attraverso quella carità che si manifesta nel perdono e nella preghiera per la loro conversione».*

 

Emiliana e Sara

 


* Le citazioni sono tratte dal libro di I. ALSABAGH, Un istante prima dell’alba, Edizioni Terra Santa, Milano 2016.

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