Un’oasi di pace per la Terra Santa

29 giugno 2018 | Lascia il tuo commento

In questi ultimi tempi dettati dalla volontà di innalzare muri verso chi ci fa paura solo perché lontani dai nostri costumi, vissuti in un’instabilità scandita da divisioni e incoerenze, c’è una speranza confinata a metà strada tra le città di Tel Aviv e Gerusalemme. Porta il nome di Neve Shalom-Wahat al Salam: è l’Oasi della Pace.

«Quello che noi abbiamo ma che oggi manca alla politica è la volontà di convivere. […] Le persone non si vedono come uguali e quindi non vogliono trovare una soluzione comune». Queste le parole di Bissan, giovane ragazza che vive in questa realtà. Frasi nette, come lo è la sua vita, sempre immersa nel conflitto israelo-palestinese, ma risorta in una vera e propria oasi che è un bagliore di luce in fondo al tunnel di uno scontro lungo decenni. Una luce che oggi rischiara le vite di 80 famiglie, le quali hanno scelto di vivere in fraternità nonostante le condizioni sociali del proprio Paese. Coloro che lo Stato imporrebbe di vedere come nemici, sono qui considerati fratelli e sorelle.

La realtà dell’Oasi di Pace Neve Shalom-Wahat al Salam nasce dal sogno di convivenza tra ebrei ed arabi palestinesi del Padre domenicano Bruno Hassar (1911 – 1996). Nel 1974, qualche anno dopo essere diventato cittadino di Israele, Padre Bruno comincia a dar vita a questa sua “utopia” facendosi largo fra mille ostacoli di varia natura.

Fin dal concepimento di questa sua iniziativa, Hassar comprende che un radicale cambio di mentalità si può avere solamente formando le nuove generazioni ad una visione rivoluzionaria, ripartendo dalla purezza e dalla semplicità dei bambini. Così, di pari passo al villaggio “residenziale”, nasce anche la Scuola della Pace, dove viene praticato un insegnamento bilingue (arabo e ebraico) in modo da favorire l’avvicinamento delle due diverse culture agli usi e costumi reciproci. La scuola, attraverso la sua forma mentis riesce a disinnescare quell’enorme bomba emotiva, irrazionale, che il cumulo delle antecedenti tragedie e di ingiustizie consumate nel Vicino Oriente è andato producendo.

Questo apparente “esperimento utopico” si rivela un “campione di realismo”, evitando gli scogli del fondamentalismo religioso e dell’estremismo politico dando l’opportunità, a chi sogna semplicemente una convivenza pacifica e rispettosa, di poterla attuare in un clima sereno e positivo.

Per siglare questo patto di reciproca attenzione per l’altro, padre Bruno Hassar decide di erigere uno “Spazio del Silenzio”: si tratta di una struttura dalle forme arrotondate, bianca come la purezza infantile e comune alle due confessioni religiose, perché nonostante si preghi un Dio diverso, la legge dell’amore è la medesima. Nasce così “Doumia – Sakinah” (“silenzio” in ebraico e in arabo) un luogo-non-luogo dove le distanze culturali, sociali e politiche svaniscono e la sua forma priva di spigoli ricorda come sia possibile abbattere i muri della divisione e dell’intolleranza.

Padre Bruno muore nel 1996, ma l’Oasi della Pace continua a crescere grazie a sempre più persone che decidono di scommettere in una possibile convivenza armonica e richiedono di trasferirsi in questo luogo. Ad oggi, il villaggio sta mettendo in cantiere un ulteriore ampliamento delle sue strutture per arrivare ad ospitare ben 120 famiglie.

La convivenza, ricordano Gal e Bissan ad un’intervista rilasciata alla rivista “Vita”, è possibile grazie alla «ricerca continua del dialogo, anche con tanti momenti comuni e laboratori diretti di risoluzione di conflitti interpersonali. Fuori invece dominano paura e rabbia». E ancora: «Non servono pezzi di carta per fare la pace, ma anni di lavoro su un sentiero comune, a livello sociale ancora prima che politico. Invece l’altro, che viene additato come nemico, soprattutto in Israele non è considerato come individuo con cui fare conoscenza». In virtù di questo, Bissan ricorda che alla fine del percorso d’istruzione nel villaggio (che si interrompe dopo la Scuola Secondaria di primo grado), una volta giunta alle superiori, fu inizialmente denigrata per le sue diverse abitudini e per il suo essere donna. Solo al termine del ciclo di studi alcuni compagni capirono che le differenze culturali ed esteriori non erano una barriera per una possibile convivenza, bensì un’opportunità per una crescita condivisa.

Fra qualche mese, molti di noi avranno la possibilità di toccare con mano il muro che separa Israele dalla Palestina, emblema di quella presunta inconciliabilità che invece l’Oasi di Neve Shalom – Wahat Al Salam smentisce, dimostrando come la pace sia veramente possibile. Sta a noi accogliere la sfida lanciata da padre Bruno e lasciarci toccare nell’intimo, per riportare almeno un po’ di questa fraterna accoglienza anche nel nostro Bel Paese, dove i muri sono invisibili e quindi più difficili da abbattere.

 

Redazione In-Formazione


PER APPROFONDIRE

Oasi di Pace – il sito ufficiale di Neve Shalom-Wahat al Salam

Convivenza possibile – l’intervista a Gal e Bissan pubblicata sulla rivista “Vita”

Il folle sogno – il libro che racconta la storia dell’Oasi di Pace (a cura di Brunetto Salvarani, Edizioni Terra Santa, 2017)

GARIWO La Foresta dei Giusti – onlus al servizio della memoria del bene, si occupa anche dell’Oasi di Pace

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