DIETRO ALL’OBIETTIVO DI “THROUGH OUR EYES” – il progetto fotografico dell’organizzazione Still I Rise

19 Maggio 2020 | Lascia il tuo commento
Tempo di lettura: 5 minuti

Alcune studentesse di Mazì durante un workshop

Il 9 marzo 2020 è una data che non dimenticheremo facilmente perché ha segnato l’inizio di un tempo sospeso per tutti noi, con la conseguente cancellazione o il rinvio di numerosi progetti, compreso il viaggio in Terra Santa di più di duecento Spiriti del Sole.

Per Debora, Lisa e Tanya, tre ragazze della provincia veneziana, ha comportato la mancata possibilità di realizzare un piccolo sogno, dare visibilità agli scatti realizzati da alcuni minori rifugiati nell’Hotspot di Samos, il frutto di un laboratorio fotografico che è parte del progetto educativo dell’associazione Still I Rise. Ma perché nulla vada sprecato e sentendo ancor più forte in questo periodo di quarantena il bisogno di non rimanere indifferenti ai disagi dei più indifesi, hanno pensato di intervistare direttamente Nicoletta Novara: la giovane donna che ha organizzato con i suoi studenti la mostra. Ora condividono con noi Spiriti del Sole l’intervista nella quale le hanno chiesto di raccontarsi e di parlare dell’associazione di cui fa parte attivamente.

 

Nel sito della mostra Through Our Eyes si legge che, dopo alcune esperienze come giornalista embedded in Libano e Afghanistan e tre missioni umanitarie sul confine turco-siriano ti sei unita all’organizzazione Still I Rise. Come sei arrivata sull’isola di Samos e, in particolare, alla scuola “Mazì”? Qual è stato il tuo contributo?

Nicoletta e uno studente a Mazì durante una lezione di fotografia sulla cattura del movimento

Le esperienze a cui fai riferimento sono state effettivamente fondamentali per capire che avrei voluto fare qualcosa di più per i minori rifugiati. Qualcosa che andasse al di là dell’aiuto umanitario. Quando ho scoperto (per caso, ndr) la missione di Nicolò Govoni e Still I Rise ho provato a candidarmi come volontaria. Still I Rise costruisce scuole e centri giovanili per minori rifugiati. Tramite l’istruzione cerca di dare loro una concreta opportunità di futuro. Cerca di ristabilire un equilibrio laddove i diritti dei minori sono stati negati. Still I Rise, in verità, fa questo e molto altro. I nostri studenti non solo imparano l’inglese (e tante altre materie!), ma crescono come individui in un ambiente sicuro in cui vengono costantemente spronati a dare il meglio di loro stessi. Giorno dopo giorno riacquistano fiducia in loro stessi, iniziano a lottare per i propri diritti, insomma, si fanno grandi! Io sono arrivata a Mazì nel dicembre del 2018. Inizialmente mi occupavo dei turni nella common hall e dopo qualche settimana ho iniziato con le prime lezioni: le classi di Fotografia, Arte e Cinema. Il lavoro realizzato con le classi di Fotografia si è poi trasformato nel progetto fotografico Through Our Eyes (Pagina Facebook e profilo instagram del progetto).

 

Com’è nata l’idea di questa mostra che sta girando l’Italia e il mondo? Che significato ha per te la fotografia?

La classe di Fotografia era composta da 7 moduli al termine dei quali dotavo ogni studente di macchinetta Kodak usa e getta. La richiesta era quella di fotografare ogni cosa che fosse per loro importante nella propria quotidianità. Quando ho visto le fotografie realizzate ho capito di avere tra le mani un documento importantissimo che andava diffuso per far capire alle persone cosa sta succedendo nell’Hotspot di Samos. La forza di queste fotografie è maggiore proprio perché realizzate dagli stessi bambini che sono stati costretti in quel luogo infernale.

La fotografia è essere capaci di vedere e far vedere agli altri il proprio punto di vista sulle cose. Ti impone riflessione ed è uno strumento potenzialmente alla portata di tutti.

 

Qual è la motivazione che ti spinge ad impegnarti in questo ambito umanitario-educativo?

La soddisfazione di sapere che si può effettivamente cambiare in meglio la vita di tanti bambini.

 

Hai un modello di riferimento a cui ti ispiri nel lavoro e nella vita?

Non esattamente se intendi una persona specifica, però credo che Still I Rise stia costruendo un modello esemplare da poter seguire per cercare di fare al meglio un lavoro così delicato e difficile.

 

Ti piacerebbe raccontarci uno dei momenti più belli e uno di quelli più difficili che hai vissuto in questa tua esperienza? Hai mai pensato di lasciar perdere?

Nicoletta e due studenti durante una gita

I più belli sono sicuramente quando ti accorgi che i tuoi studenti stanno imparando e stanno crescendo, non riesco a sceglierne uno in particolare.

Quello più difficile quando ho salutato Mazì per partire per la Turchia dove stiamo aprendo la nostra prima scuola internazionale per minori rifugiati. Qualche momento di sconforto c’è stato, questa vita porta anche a scontrarsi con i propri limiti.

 

 

Quali difficoltà hai incontrato come donna nel lavorare in questo ambito? E nel vivere lontano da casa? Hai il sostegno della tua famiglia?

In quanto donna non ho avuto particolari problemi. Vivere lontano da casa è stato difficile quando è scoppiato il Coronavirus, c’era il timore di non poter raggiungere la propria famiglia e i propri amici nel caso in cui fosse successo qualcosa a casa. Il sostegno della mia famiglia è arrivato con il tempo, all’inizio non erano d’accordo con la decisione presa.

 

“Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la vostra arma più potente. Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”. Questa famosa frase di Malala Yousafzai si direbbe quasi il motto di Still I Rise. Da cosa è nato questo sogno di assicurare l’istruzione, oltre che la protezione e la dignità ai minori migranti?

Questa domanda andrebbe fatta a Nicolò in realtà, il sogno di Still I Rise è nato con la sua storia personale. [Nicolò Govoni racconta una parte della sua storia e di quella di un bambino rifugiato di nome Hammudi nel suo libro Se fosse tuo figlio]

 

Sei la “coordinatrice del centro” a Gaziantep, in Turchia … di cosa ti stai occupando in concreto in questo momento? Lavori in un team?

La scuola a Gaziantep in Turchia

In questo momento siamo chiusi a causa del Coronavirus. Lavoro al computer da casa, sto realizzando assieme ad altri colleghi e una professionista del settore, il software con cui gestiremo le scuole. E poi ci sono tanti aspetti burocratici e amministrativi che devono essere espletati prima di poter diventare a tutti gli effetti una scuola internazionale riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione Turco.

In più sto andando avanti con la formazione personale e sto lavorando assieme a Nicolò ad un libro che uscirà in autunno. Sarà diviso in due parti: una favola e un racconto fotografico.

 

Papa Francesco invita i giovani a sognare in grande e ad “essere artigiani di speranza […] per mantenere viva la certezza di sapere che un altro mondo è possibile e che siamo chiamati a coinvolgerci in esso e a farne parte col nostro lavoro, col nostro impegno e la nostra azione”. Quali sono i tuoi sogni? Per che cosa o contro cosa lotti nel tuo quotidiano?

Lotto e lottiamo per dare anche agli ultimi fra gli ultimi la stessa istruzione che tutti i bambini al mondo si meriterebbero.

 

Ringraziamo Nicoletta per il tempo che ci ha dedicato e per chi fosse interessato ad avere maggiori informazioni, vi invitiamo a visitare i siti e i profili social che vi abbiamo segnalato all’interno dell’articolo.

 

La Redazione
redazione.ods@gmail.com

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