“Crescere insieme” il metodo educativo di Still I Rise – Intervista a Michele Senici

11 Novembre 2021 | Lascia il tuo commento
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Alla fine dell’estate, come Redazione, abbiamo avuto l’opportunità di “incontrare” (con una videochiamata) Michele Senici, responsabile dell’area Education di Still I Rise, organizzazione che ormai occupa un posto speciale nei cuori di noi Spiriti del Sole. Nei mesi scorsi abbiamo avuto la possibilità di conoscere prima la mostra fotografica realizzata dai ragazzi che Still I Rise accoglie (qui l’articolo completo), vedendola ospitata anche in una parrocchia del veneziano. Ora, con Michele possiamo scendere ancor più nelle ‘profondità operative’ di questa organizzazione, poiché ci ha fornito con estrema chiarezza, schiettezza e verità la sua esperienza. Fin da ora, lo ringraziamo di cuore per la sua disponibilità ma soprattutto per la costante gratitudine emersa da ogni sua parola, oltre che per averci dato l’opportunità di toccare quasi ‘con mano’, anche se distanti, la vita quotidiana di chi si spende per il prossimo. Buona lettura!

 

Michele, hai 28 anni e sei laureato all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Puoi raccontarci in breve questi tuoi 3 anni a Still I Rise

Sono arrivato in Still I Rise nel 2018 come volontario per provare il mio progetto di tesi. Mi stavo laureando in Scienze dell’Educazione con una tesi sulla Pedagogia dell’emergenza ed Educazione alla teatralità. Avevo realizzato la parte di ricerca e poi mi sarebbe piaciuto inserire una parte progettuale.  

È nata così l’idea di chiedere a Still I Rise di poter portare avanti un progetto teatrale con i ragazzi della scuola di Mazì, a Samos. 

In seguito, siamo rimasti in contatto e ho lavorato da remoto per piccoli progetti. Dopo qualche mese, però, sono tornato a tempo pieno trasferendomi e iniziando a lavorare nel dipartimento Educazione che stavamo creando. Sono, poi, diventato Direttore dell’Educazione. 

Sono stato a Mazì per alcuni mesi e successivamente ci siamo spostati in Turchia per iniziare il progetto delle Scuole Internazionali, nonostante i problemi burocratici, quelli legati al Covid-19 e molti altri. Ho vissuto tutto ciò, fino a che, l’anno scorso, a giugno, siamo arrivati in Kenya e abbiamo iniziato il processo di apertura della Scuola Internazionale a Nairobi: quello che all’inizio sembrava un sogno, ora è un progetto concluso. La scuola è in attività!

Ad oggi mi occupo di gestire il Dipartimento dell’Educazione con focus specifico sull’esperienza in Kenya, il progetto pilota-principale dell’organizzazione, continuando sempre a coordinare gli altri progetti educativi. Supervisiono da remoto e con il supporto del team Education tutti i programmi in Grecia e Siria. Al momento, in Turchia, invece, continuiamo a riscontrare difficoltà che non ci permettono di riaprire.

 

Entriamo per un attimo nello specifico. Quali sono i principi su cui si basa il metodo educativo che insegnate e che hai contribuito a realizzare?

Trasversalmente a tutti i programmi, con riferimento più alla parte pedagogica che a quella didattica, il nostro approccio è centrato sul personalismo pedagogico, vale a dire che le nostre azioni muovono dalla teoria e dalla prassi di Paulo Freire, don Milani, ecc.. Volendo, invece, considerare la didattica, le nostre linee guida partono dalle teorie del costruttivismo e, come metodologia didattica, soprattutto per la Scuola Internazionale, adottiamo l’inquiry based learning, ovvero un apprendimento basato sulle domande, mantenendo con una grande attenzione ed investimento, talvolta faticoso, sulla differentiated instruction, volta a implementare piani didattici e curriculari che promuovano l’individualità del singolo studente. In sintesi cerchiamo di fare in modo che sia valorizzato il singolo, tanto negli stili quanto nelle modalità di apprendimento.

 

Parliamo ora un po’ di Italia. Perché mettere lo studente al centro può essere la strategia vincente in un contesto come quello in cui operate? Ritieni che questo metodo possa essere applicato anche alla scuola italiana, in cui si è orientati ad una didattica basata ancora su programmi ministeriali, molte volte densi di informazioni ma privi di un vero processo di crescita dello studente? Il nostro Paese dove potrebbe imparare dalle esperienze che hai vissuto e cosa invece hai portato nel tuo lavoro di ciò che hai ricevuto dall’esperienza italiana?

In maniera generale ritengo che tanti sistemi sociali, inclusi quelli del mondo del lavoro e della formazione degli adulti (e non solo la scuola per i bambini) dovrebbero recuperare le centralità della persona. Si tratta di un esercizio di Umanesimo.

Non a caso, questi sistemi esistono per rispondere ai bisogni dell’uomo e se sono pensati per l’essere  umano, di conseguenza, dovrebbero essere rispettosi delle individualità, dei punti di forza e di debolezza dei singoli individui che li abitano. La scuola culturalmente è uno dei  punti di partenza della vita dell’uomo. In ciò credo fortemente, a prescindere dal contesto geografico, socio-economico o geopolitico in cui una struttura scolastica è inserita. 

In Italia ho sempre lavorato nell’ informalità, nell’educazione e nell’animazione sociale. Questa dimensione molto esperienziale e divertente, che crea relazioni, è parte fondante del mio metodo educativo e proviene dalle mie esperienze passate, nel teatro e nell’animazione. Si tratta di vivere un sistema in maniera molto umana. Un sistema che – va ricordato – è fatto di relazioni, tempi per sé, divertimento, concentrazione. 

 

Ritorniamo a voi come Organizzazione. Cosa significa per te il vostro slogan One child at a time?

In chiave organizzativa significa che lo sforzo del nostro agire è concentrato sul cercare di rispondere ai bisogni, alle necessità e ai sogni di ogni singolo individuo che prende parte ai nostri progetti ovunque e a prescindere dall’offerta formativa che noi proponiamo. Di conseguenza, One child at time significa per me cercare di promuovere progetti e programmi che rispondano in maniera efficiente ed efficace a quelle che sono le personalità e i desideri delle bambine e dei bambini che accogliamo. 

In chiave più personale simboleggia che crediamo nei piccoli numeri! La nostra scuola in Kenya ospita per ora 140 studenti, mentre i target population sono di 300.000. Questo mi dice che non siamo Unicef il cui slogan è For every child, perché è irrealistico e falso. Noi crediamo che, anche se sono solo 140 su 300.000 persone, un investimento vada fatto al massimo – e anche oltre al massimo – delle possibilità per dare il meglio a questi 140 ragazzi e ragazze e, siccome facciamo scuola e non distribuzione di pacchi alimentari, pensiamo che, un domani, attraverso la formazione e l’educazione, questi 140 possano diventare generatori e generatrici di cambiamento per altri. 

 

Sei tornato recentemente nel nostro Paese. Quest’estate hai tenuto in Italia il percorso formativo per insegnanti ed educatori Liberi di cambiare per diffondere il vostro metodo educativo. Ci racconteresti la nascita di questo progetto? Ci saranno altre occasioni simili in futuro? 

Questo progetto è nato come un esperimento, in cui si è riproposta la formazione che noi forniamo agli insegnanti che lavoreranno con gli studenti nelle nostre scuole. L’iniziativa ha avuto origine anche grazie ad alcune richieste arrivate nel tempo da insegnanti ed educatori dall’Italia, i quali chiedevano di poter partecipare a questo tipo di iniziative per conoscere il nostro metodo didattico ed educativo. 

È stata la prima volta che portavamo questo tipo di formazione in Italia. Lo avevamo fatto per altre organizzazioni in altri Paesi, ma mai per sistemi scolastici veri e propri. I feedback delle persone che hanno partecipato sono stati molto utili per migliorare.

Nelle nostre scuole utilizziamo un sistema democratico in cui gli studenti su base settimanale hanno modi e tempi per far sì che le loro voci siano rappresentate. Io racconto questo, poi chiedo agli educatori di prendersi un’ora di tempo e di provare a pensare che cosa potrebbero  fare nella scuola italiana, tenendo bene a mente che non sono il Ministro dell’istruzione e non possono fare policy making. Ad esempio: in una classe di matematica di seconda media che azioni si possono mettere in pratica per far sì di essere sicuri di ascoltare tutte e 23 le voci dei ragazzi che fanno parte della 2^E? È stato molto interessante.

Da settembre l’idea è di riproporlo magari con una formula online. Dovremmo creare diversi percorsi: alcuni generali e altri più specifici con durate diverse, come, ad esempio, potrebbe esserci un corso semestrale con incontri bisettimanali e successivamente un workshop di un sabato e una domenica più specifico sull’unità didattica. 

 

Scendiamo per un attimo nello specifico delle tue passioni che poi hai calato nelle vostre scuole. Che significato ha per te il teatro e come hai strutturato questo laboratorio nella scuola in Kenya? Inoltre, perché avete scelto proprio il teatro?

La formazione è quella di un educatore teatrale: oltre a questo il teatro è una mia grande passione. Usiamo, però, anche altri strumenti. Ci occupiamo di fotografia, arte e sport. In seguito faremo anche musica.

Potevamo scegliere altre cose ma, ad esempio, la nostra insegnante di arte Lily ha anche una formazione teatrale e quindi questa pratica ci è venuta spontanea. A proposito di questo, mi trovavo in Kenya e volevo fare un corso per mantenere il contatto con gli studenti, perché nel mio ruolo il rischio è di trovarsi sempre dietro a un computer a scrivere programmi, piani e policy. Abbiamo, perciò, investito su questo. Penso sempre che il teatro abbia molto da dire nell’educazione. L’uomo nasce con il teatro e il teatro, o meglio l’arte in generale, nasce con l’uomo. La dimensione artistica e l’educazione estetica sono dimensioni centrali nei percorsi educativi. Il teatro è davvero quello strumento che facilita l’espressione del sé dei nostri bambini e bambine. Uno strumento ulteriore per aiutarli a tirar fuori il come e cosa possono dire di sé, come possono comunicarsi, così da favorire la consapevolezza di loro stessi. Questo è lo stile del mio laboratorio. 

 

Da qualche anno lavori con Nicolò Govoni. Collaborare con lui richiede passione, dedizione e tanto sudore, oltre che una gran dose di coraggio e di sogni con i piedi per terra. Quale rapporto vi lega e come senti crescere in te la vostra unità d’intenti?

Ho scelto di fare questo lavoro perché sono una persona che tendenzialmente soffre molto nei sistemi troppo strutturati e organizzati. Al contrario, mi piace trovare spazi in cui sia necessario provare a far ordine. Sono capace di costruire sistemi, provarli e implementarli, quindi, fin dal principio, mi ha intrigato profondamente questa opportunità, oltre poi alla missione di Still I Rise, che condivido molto, ovvero “voler dimostrare in maniera molto ostinata che la scuola, se fatta nel migliore dei modi, genera cambiamento, novità e possibilità”. Questa unità d’intenti ci ha fatti incontrare e man mano che i progetti continuano, evolvono e hanno successo, anch’essa cresce e diventa più solida.  

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Stiamo per aprire una scuola di emergenza in Repubblica Democratica del Congo, sul modello che abbiamo precedentemente proposto in Siria. Sicuramente, poi, c’è la questione di continuare a fare meglio nelle scuole internazionali, formalizzando il nostro operare, creando e implementando i vari progetti, proponendo corsi, migliorando la gestione del tempo libero e creando opportunità di formazione per lo staff. Questa è la direzione che stiamo prendendo. Inoltre, dopo che la scuola in Kenya avrà raggiunto un anno di vita e il lavoro lì compiuto sarà stato valutato e monitorato, vorremmo esportare il progetto delle scuole internazionali in Sud America.

 

La Redazione
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