Ci sono luoghi in cui la musica smette di essere soltanto un insieme di note e diventa un cammino condiviso. Per questa intervista vi portiamo nel “laboratorio sonoro” di Damiano Ferrari, in arte Damien McFly: uno spazio dove ogni canzone prende forma con la cura di un autentico artigiano.
È qui che, grazie alla profonda amicizia con Francesco Lorenzi, è nato anche il percorso che ha portato Damiano a firmare la produzione artistica di Fuoco Dentro, l’ultimo album dei The Sun, valorizzandone l’identità e arricchendola con sonorità nuove, mantenendo salde le radici rock. Un’esperienza che si intreccia con il suo percorso da cantautore, proprio mentre celebra dieci anni di carriera con il nuovo album in inglese For Those Who Care.
Entrate con noi dietro le quinte di questa chiacchierata, dove si parla di musica, produzione, amicizia e del coraggio di restare fedeli alla propria strada.
Ringraziamo Damiano per averci aperto le porte del suo mondo. Ne usciamo con una certezza: quando la musica nasce dall’ascolto e da un’amicizia vera, quel “fuoco dentro” continua ad ardere.
Fuoco Dentro è il nuovo capitolo del cammino dei The Sun e tu ne hai curato la produzione artistica. Quando Francesco Lorenzi ti ha coinvolto nel progetto, quale visione hai cercato di portare a questo album?
Quando si inizia a lavorare ad un nuovo album in genere si parte da qualche canzone e lentamente si sviluppa una visione artistica condivisa che deve tener conto della storia di un gruppo, del suo presente e del suo futuro, non solo a livello sonoro ma a livello di identità sonora sia in disco che nei live.
Credo che il mio ruolo in questo disco sia stato quello di “allargare” il sound dei The Sun, mescolando la loro matrice rock con elementi sonori appartenenti ad altri generi musicali.
Vedo il mio lavoro in questo album come un tirare una corda sempre nella direzione meno scontata, per arrivare a soluzioni inaspettate e stimolanti.
Con Francesco hai firmato la musica di Come è semplice l’amore (quando d’amore ce n’è). Come è nato questo brano e che significato ha assunto per te durante il percorso di lavorazione del disco?
La bellezza di questo disco è che gli abiti scelti per i brani nascono da una profonda amicizia, che arriva anche da una storia personale con tanti elementi in comune e questo brano secondo me racchiude sia un po’ di consapevolezza che di speranza nei confronti dell’amore.
Il brano è stato l’ultimo del disco ad essere prodotto quindi ha avuto un processo di arrangiamento molto più diretto, sapendo già dove si sarebbe collocato nel sound di Fuoco Dentro.
In studio hai lavorato a stretto contatto con Francesco Lorenzi e Maurizio Baggio. Com’è stato condividere idee, sensibilità e scelte artistiche con due musicisti e produttori così diversi tra loro?
Il lavoro è stato svolto inizialmente da me e Francesco per quanto riguarda la produzione per poi passare tra le mani di Maurizio che ha dato le ultime pennellate ad alcuni brani, mentre altri sono nati da Francesco e Maurizio e io ho aggiunto la glassa finale, giusto per rendere l’idea con una immagine divertente.
Credo che la cosa bella di lavorare tra persone con background così diversi sia l’unione dei vari gusti e dei sound, ma al tempo stesso nessuno di noi ha cercato di estremizzare o snaturare la forza dei singoli componenti dei The Sun.
Il ruolo fondamentale resta quello di Francesco che si è trovato in mezzo a diversi fuochi e ha saputo scegliere un buon mix tra lo storico sound dei The Sun e una serie di interessanti novità.
Ascoltando Fuoco Dentro si percepiscono sonorità che richiamano anche il tuo mondo musicale, senza perdere l’identità dei The Sun. C’è un elemento dell’album in cui senti particolarmente la tua impronta artistica?
Avendo attraversato diversi periodi e diversi generi musicali come artista ormai sento e non sento la mia impronta come suoni ma comincio a sentirla come sensibilità in alcune scelte.
Ci sono brani come Ciò che sarai o DeLorean che parlano un po’ più il mio linguaggio artistico, invece altri come Prigione tra le dita che è nata dalla voglia di provare qualcosa al di fuori dello storico dei The Sun sia come sound che come scrittura.
Il rapporto con Francesco Lorenzi nasce da una stima reciproca che negli anni si è trasformata anche in collaborazione. Che cosa apprezzi maggiormente di lui, sia come artista che come persona?
Come artista apprezzo sicuramente la sua dedizione e lo stacanovismo, il darsi degli obiettivi e rispettarli, oltre alla sua sensibilità musicale.
Come persona Francesco ha una grandissima capacità di saperti ascoltare, e se sei in cerca di buoni consigli Francesco ne ha sempre uno.
Unendo l’aspetto artistico e personale e per non gonfiare troppo il suo ego direi che la sua maturità personale e artistica hanno sempre lasciato spazio ad una grande curiosità verso gli altri e verso nuovi sound.
Da poco hai pubblicato For Those Who Care, il tuo terzo album, mentre festeggi dieci anni di carriera con un tour europeo. Guardando a questo traguardo, quali sono le emozioni che prevalgono oggi?
10 anni non sono pochi, ma ti aiutano a capire la differenza tra breve e lungo termine.
Oggi la musica tende ad essere più breve e orecchiabile possibile, la difficoltà per un artista sta nel fatto di farla restare e di riuscire egli stesso a non mollare.
Tanti anni di esperienza ti insegnano a rimanere in piedi quando gli altri hanno le gambe stanche, a non farti calpestare o dubitare di te stesso, e che certi rapporti di amicizia valgono più delle scelte economiche.
Hai scelto di esprimerti principalmente in inglese, una strada non così comune per un cantautore italiano. Da dove nasce questa scelta e quali artisti hanno contribuito a formare il tuo linguaggio musicale?
Fin da quando ero adolescente ho sempre amato cantare in inglese, sognando principalmente l’America. C’è una combinazione tra le parole inglesi e la musica che nella mia mente mi fanno sentire più a casa di quando canto in italiano.
Ho provato a scrivere qualcosa da piccolo ma le canzoni che ho scritto sono rimaste in un cd sotto cassaforte perché non mi rispecchiavano artisticamente.
Sono cresciuto tra i Queen, I Metallica, Alter Bridge e altre band ma quello che poi ha segnato il mio songwriting è stato il sound di Johnny Cash, Mumford and Sons, The Lumineers e ad oggi amo molto Sam Fender o Ben Howard.
Nel tuo percorso alterni brani originali e cover di grandi successi. Come scegli le canzoni da reinterpretare e qual è il segreto per dare loro una nuova identità?
Nel 2013 quando ho iniziato a mettere cover su YT come Damien McFly cercavo di bilanciare la scelta tra brani di successo del momento, brani del passato che avevano un’importanza emotiva per me e altri brani che sapevo sarebbero riusciti bene in una chiave folk.
Nel mio caso all’epoca la formula era usare strumenti musicali particolari come mandolino e fisarmonica e portarli nel contesto pop/dance, quindi l’ascoltatore si sente a casa perché conosce il brano ma allo stesso tempo lo stai portando nel tuo mondo sonoro.
Hai collaborato con artisti come Cesare Cremonini e Nek, viaggi molto anche all’estero: cosa ti hanno lasciato queste esperienze e quali sono i tuoi obiettivi per i prossimi anni?
Tornando al discorso sul lungo termine, penso che lavorare con dei Big di quel calibro mi abbia confermato quello che già pensavo, cioè che non bisogna mai perdere la curiosità, bisogna imparare ad accontentarsi ma non troppo e circondarsi delle persone giuste per creare.
Il fatto di viaggiare mi ha sempre aiutato a tenere un piede fuori dalla realtà locale e nazionale, dove gli spazi per la musica che faccio sono pochi ma se hai buoni artigli li trovi. Viaggiare mi ha fatto incontrare produttori e artisti con cui condividere visioni, idee ed essere sempre un passo avanti rispetto a quello che sta succedendo musicalmente.
Nei prossimi anni spero di crescere sempre di più a livello internazionale, di mantenere le amicizie che ho costruito e di trovare sempre lo stimolo per scrivere tanta musica.
La Redazione
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