MUSICA, FEDE E SPERANZA: LA STORIA DI ANGELO MAUGERI

 

 

Ci sono incontri che lasciano un segno indelebile nel cuore e nella vita delle persone che li vivono.

Noi della Redazione ci sentiamo privilegiati perché negli anni il Signore ci ha donato la grazia di conoscere tante storie. Oggi desideriamo condividere con voi quella di Angelo Maugeri, che ci ricorda che vale sempre la pena investire nella speranza. Anche nelle difficoltà, anche quando sembra che tutto sia immobile, se possiamo tendere la mano a qualcuno – soprattutto ai più piccoli – allora il nostro tempo e le nostre risorse acquistano un senso.

Lo ringraziamo dal profondo per il dono di questa testimonianza e vi auguriamo una buona lettura!

 

L’ultima volta che ci siamo incontrati aprivi il concerto all’Alcatraz (a Milano) dei The Sun per la presentazione del loro nuovo album. Com’è nata questa collaborazione?

Questo evento è stato la chiusura di un cerchio. Con Francesco e i The Sun c’è un’amicizia che dura da anni e che si è costruita passo dopo passo, tra progetti condivisi, momenti di confronto e tanta comunione. Ci siamo conosciuti durante la realizzazione dell’album “Che magnifico nome” (raccolta in italiano che racchiude 13 dei maggiori successi mondiali degli Hillsong United) e da lì è iniziato un percorso fatto di fiducia reciproca. In un ambiente come quello della musica cristiana, dove spesso si rischia di andare ognuno per conto proprio, io credo che invece ci sia bisogno di unità: servono ponti, non muri.

A proposito del concerto all’Alcatraz, è stato bellissimo stare lì perché sono stato trattato come un ospite. Generalmente quando chiedi ad un artista di aprire il tuo concerto, deve fare uno o due brani, invece loro mi hanno fatto sentire molto onorato perché mi hanno lasciato 40 minuti di tempo.

 

Qualche settimana prima siamo stati spettatori di un altro evento, “Together”, di cui sei stato il Direttore artistico, in cui hanno suonato assieme per la prima volta cantanti cattolici ed evangelici. Che valore ha avuto per te?

Questo concerto che ha unito quattro artisti evangelici e quattro cattolici è stato realizzato per la serie televisiva “The Chosen” Italia. Tra i primi artisti che ho contattato e invitato c’erano proprio i The Sun. È stato tutto molto naturale, un’esperienza guidata da un desiderio comune: fare qualcosa che portasse un messaggio forte di comunione tra cristiani.

Per me la musica cristiana dovrebbe avere sempre questo tipo di eventi e concerti: può diventare un linguaggio universale che unisce, e oggi più che mai c’è bisogno di testimoniare che l’unità è possibile.

 

Per “The Chosen, assieme ai The Sun hai cantato il brano “Senza te non si può fare”, cosa significa per te questa serie televisiva?

È una delle innovazioni più forti degli ultimi anni nel modo di comunicare Gesù. Ha reso visivo e concreto quello che spesso leggiamo nella Bibbia immaginandolo soltanto. Mi piace perché racconta un Gesù vero, umano, credibile, e questo avvicina le persone. È un progetto di evangelizzazione enorme, perché riesce a togliere quell’immagine “vecchia” o poco curata che spesso il mondo associa alle produzioni cristiane. The Chosen ha qualità, credibilità e un messaggio centrale forte: Gesù è vivo e ancora attuale.

 

Negli ultimi anni, come si è evoluto il modo di percepire la “musica cristiana” in Italia?

Oggi il mondo spinge sempre più le persone a dichiarare la propria identità e il proprio stile di vita. Di conseguenza, anche nella musica emerge un bisogno di appartenenza. Spesso non siamo noi artisti a volerci “etichettare” ma chi ascolta riconosce che certi testi e valori sono diversi da quelli della musica più diffusa oggi. Ciò non va inteso come un limite, piuttosto come un’identità.

Dentro la musica cristiana possono esserci pop, rap, R&B, rock, ecc. perché i generi sono tanti. Il punto è che il messaggio e i valori rimandano al Vangelo. E fuori dall’Italia questo è già riconosciuto: in Paesi come Stati Uniti e Brasile la Christian Music è un fenomeno enorme.

 

Da anni sei impegnato anche nel far crescere altri musicisti. Come nasce questo desiderio?

Ho iniziato il mio percorso musicale nel 2005 e ho sempre sentito che la mia missione non era solo cantare, ma anche incoraggiare.

Dovevo compiere ventun anni e ho iniziato subito a fare musica cristiana a tempo pieno. Non ho mai pensato a come sostenermi economicamente, nonostante già vivessi da solo a Milano, una zona non proprio economica d’Italia.

Mi sono detto: quando un giorno non ci sarò più, non voglio lasciare solo la mia musica ma anche seguire il percorso artistico di altri cantanti. Per questo nel 2009 ho creato J-Factor, un talent di musica cristiana, e nel 2011 un’etichetta discografica che poi è diventata Hopeful Music (“musica piena di speranza”). È nata durante l’inizio della pandemia: quando molti si fermavano ho sentito che era il momento di investire nei giovani dando loro una possibilità concreta.

Oggi seguo circa 24 artisti in tutta Italia: organizzo loro eventi, produzioni e occasioni di crescita. È come se fossero miei figli artistici.

 

“Tra le pagine” è il tuo ultimo album e racconta un percorso lungo più di vent’anni. I testi che scrivi toccano spesso temi di speranza, superamento delle difficoltà e rinascita. C’è un’esperienza di vita particolarmente significativa che ha plasmato non solo la tua fede, ma anche la tua resilienza come uomo e come artista?

Quello che scrivo nasce dalla mia storia. Sono cresciuto in una famiglia segnata dalla separazione dei miei genitori e tra i 4 e i 12 anni ho balbettato: non riuscivo a parlare. È stato un periodo difficile, pieno di fragilità e solitudine. A 15 anni ho vissuto anche un momento molto buio e ho tentato il suicidio. Ma proprio in quel momento ho capito che la mia vita non era finita. Mia nonna ha creduto in me quando io non riuscivo a farlo e quel giorno ho capito che anche il semplice svegliarsi la mattina è già un miracolo. Ho raccontato la mia storia in un libro: un ex-balbuziente cronico che desiderava parlare. Ho sempre vissuto una vita solitaria e lo psicologo che mi seguiva diceva che per me sarebbe stato impossibile vivere una vita normale a livello sociale. Mia nonna mi ha sempre parlato della fede. Dio mi ha aperto gli occhi ed è iniziata la mia nuova vita. Quando ho iniziato a parlare, la comunità di una chiesa evangelica mi chiesto di provare a cantare in un coretto e lì ho scoperto di avere un dono.

In quegli otto anni di silenzio avevo anche allenato e affinato il talento della scrittura: nei diari sfogavo le mie emozioni. Sono arrivato a comporre più di 600 canzoni: molte non le canto io, le ho donate ad altri artisti. E per me questa è una delle cose più belle, perché significa che quello che ho vissuto può diventare speranza anche per qualcun altro.

 

Sei anche testimonial della onlus Compassion Italia che si occupa dell’adozione a distanza di bambini che si trovano in situazioni di povertà nel mondo. Che impatto ha avuto su di te l’esperienza con questa organizzazione?

Ho sempre avuto un debole per i bambini, perché io stesso sono stato un bambino in difficoltà. Ho partecipato a missioni in Burkina Faso e in Kenya e ho realizzato anche un docufilm dal titolo “Sorridendo Lacrime”, in cui racconto la mia esperienza missionaria in quei contesti. Durante ogni evento porto la mia testimonianza e cerco di sensibilizzare sull’adozione a distanza perché con meno di un euro al giorno si può cambiare la vita di un bambino. Io stesso ho adottato una bambina e ho avuto anche la possibilità di conoscerla. Vedere il suo percorso, sapere che oggi studia e cresce anche grazie al mio piccolo gesto quotidiano, è qualcosa che ti cambia dentro.    

 

 

 

La Redazione
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