THE SUN  & OFFICINA DEL SOLE TORNANO IN GIORDANIA – PARTE PRIMA

Tra Petra e il deserto: un pellegrinaggio che cambia lo sguardo

 

Ci sono viaggi che si misurano in chilometri e altri che crescono arricchendosi di sguardi, incontri, silenzi, emozioni, canti e meraviglia.

Nella recente edizione di “Un invito poi un viaggio” in Giordania (3-10 maggio), i 130 partecipanti hanno vissuto un’intensa esperienza tra una terra che colpisce gli occhi e parla al cuore e un gruppo che, passo dopo passo, è diventato più di un semplice insieme di persone.

Fin da subito, infatti, “Un invito poi un viaggio” ha il sapore di un percorso condiviso. Dal Monte Nebo a Petra, dal deserto del Wadi Rum alle acque del Giordano e al Mar Morto, fino ad Amman le testimonianze dei pellegrini raccontano una trama comune: persone partite come sconosciuti si scoprono unite da un profondo legame di fraternità.

Non potendo dar voce a tutti i partecipanti, abbiamo chiesto a don Giacomo Pompei, ai neo sposi Francesca e Vincenzo (in viaggio di nozze con noi, grazie alla Provvidenza) a Samuele, a Marta (collaboratrice di Officina) e alla famiglia Campana (formata da Anna, Andrea e Viola) di raccontarci i momenti più intensi da loro vissuti.

 

Il Monte Nebo: vedere senza possedere

Il primo giorno, dal Monte Nebo lo sguardo si apre sulla Terra Promessa, non per possederla, ma per imparare a desiderarla. Qui il pellegrinaggio ha preso subito la forma dell’ascolto, della preghiera e della gratitudine. Per don Giacomo, il Nebo è luogo che ricorda come la promessa sia frutto di un cammino e rimanga “costante, viva, sempre possibile”. E per Vincenzo, Mosè diventa il Padre della speranza: “Il suo viaggio lungo una vita per compiere un pezzo del mosaico di Dio: nonostante fatiche e delusioni è sempre stato capace di dire sì”. La commozione di vedere da lontano la Terra Santa, sentendola ancora più vicina proprio perché non ancora toccata, accomuna tutti i presenti.

 

Petra di notte: uno scenario che apre il cuore

Ma è la sera a lasciare il segno più profondo. Petra di notte ha accolto i pellegrini come una rivelazione, con il canyon illuminato da migliaia di candele e i The Sun che imbracciano le chitarre.

Francesca sottolinea: “La meraviglia, l’adrenalina e la commozione di cantare a squarciagola quelle canzoni… Sono qui per lasciare alcuni pesi e fare spazio al Dono che Dio ha preparato, e sento di aver fatto un pochino di spazio». Marta aggiunge che sentire le parole di Francesco Lorenzi tradotte in arabo “è stato come respirare l’unione vera tra i popoli”.

 

Petra di giorno: la grandezza diventa specchio interiore

Il giorno successivo Petra si mostra alla luce del sole e ciò che nella notte sembrava sogno diventa concreto e maestoso. Don Giacomo offre ai pellegrini un’immagine indelebile: “la bellezza accade dopo la fatica di aver scavato la roccia”.

Camminando nel Siq, lo stretto canyon che conduce al Tesoro, molti sperimentano un senso di piccolezza benefica. Attraversarlo mi ha fatto sentire piccola come poche volte nella mia vita”, racconta Francesca, E ne avevo tanto bisogno!”. Per Vincenzo, invece, Petra parla della forza della vita: lo colpisce come una civiltà sia riuscita a vivere in un posto così difficile.

La celebrazione della Messa all’aperto diventa uno dei momenti più intensi della giornata. In mezzo alle rocce e alla storia, il gruppo scopre una comunione che supera le differenze. È Samuele a coglierne il senso: “Mi sono ritrovato osservatore di spontanei abbracci, pianti e sorrisi. Realizzare che, nonostante camminiamo in gruppo verso la stessa meta, ognuno ha i propri tempi ma alla fine arriva: forse è un po’ questo il senso della Fede”. Sottolineano Anna, Andy e Viola che si respira “la voglia di condividere le nostre storie, i nostri “perché” dell’essere arrivati qui”.

Nel pomeriggio si raggiunge il Wadi Rum: l’ospitalità beduina al campo tendato trasforma un paesaggio lunare in casa vissuta.

 

Wadi Rum: il silenzio che fa spazio

Nel deserto il pellegrinaggio cambia ritmo. Qui il gruppo incontra il silenzio, la vastità, il tempo senza fretta. Le jeep attraversano dune e pietre, ma il vero viaggio è interiore: un lasciarsi guidare, come ha osservato don Giacomo, nella certezza che “c’è sempre una strada, anche quando non si vede“.

Francesca confida che il deserto era da lei atteso come un rito di ritorno: “Avevo immensamente sete di quell’immensità. Penso che questo giorno abbia segnato un prima e un dopo e di aver ritrovato il luogo a cui tornare nei momenti più duri della vita”

Vincenzo ha vissuto il deserto come il posto dove Gesù parla ancora, purché ci si fermi ad ascoltarlo.

 

Marta, invece, ha descritto il falò notturno come il punto in cui cielo e terra si sono toccati, grazie alla musica, alle voci e ai cuori aperti. E per la famiglia Campana il deserto ha messo a nudo l’essenziale: “le bestie selvatiche che dobbiamo domare per trovare il nostro equilibrio, il silenzio che scava e scuote, l’essenziale che diventa evidente”, trasformando i legami quotidiani in uno spazio di verità, fecondità e apertura al mondo.

 

La redazione

redazione.ods@gmail.com

 

 

Ringraziamo di cuore Francesca e Vincenzo, Marta, Samuele, don Giacomo e la famiglia Campana per aver condiviso con noi le loro emozioni

 

 

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