La Vita che rinasce – Storia di Daniel Zaccaro 

30 Giugno 2021 | Lascia il tuo commento
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Nell’articolo Un passo oltre le sbarre si è accennato ad una storia di rinascita davvero toccante in cui sono stati gli incontri che un giovane ragazzo ha fatto, attraverso un’esperienza dura e dolorosa, a cambiare la sua vita. È la storia di Daniel Zaccaro, giovane ex-detenuto, ora educatore presso la comunità Kayròs a Vimodrone.

Daniel crebbe a Quarto Oggiaro con il sogno di diventare il Tony Manero del quartiere milanese e subì l’influenza della mentalità di quel luogo in cui, come ci racconta, per essere popolare dovevi apparire e possedere (bei vestiti, moto, ragazze). Così iniziò con le prime rapine e una doppia vita: prima faceva una rapina, poi andava a scuola. 

Nel 2010, poco prima che compisse diciotto anni, fu arrestato assieme al suo migliore amico. In quel momento si considerava all’apice del successo e il carcere ne avrebbe aumentato la popolarità.

Il carcere però è un luogo di grande sofferenza e presto cominciò a fare i conti con la sua dura realtà. L’iniziale cattiva condotta lo portò a diversi trasferimenti prima al Sud, poi di nuovo al Nord Italia e questi trasferimenti inasprirono la vita carceraria. 

Le difficoltà, soprattutto emotive che Daniel provava, divennero l’occasione per iniziare un percorso di rieducazione. Ottenne i primi risultati quando, per ragioni di interesse e convenienza, capì di dover aderire al sistema carcerario e alla sua routine che comprendeva i colloqui con gli educatori. In particolare fu l’incontro con don Claudio Burgio, cappellano al Beccaria, a segnare la svolta.

Aveva iniziato infatti a capire di doversi fidare di qualcuno, se voleva uscire da quel posto e vivere un’esperienza alternativa come quella di comunità. In un primo momento fu frenato sia dall’orgoglio sia dai dubbi nei confronti dei sacerdoti, oltre che delle autorità in genere, che nel suo ambiente d’origine erano considerate un nemico. 

Fu conquistato dalla passione: quella per il calcio e il biliardino, sport in cui sia lui che don Claudio erano molto bravi, ma la loro relazione si consolidò perché Daniel, in don Claudio, vide un adulto credibile che dava senso alla vita senza mai lamentarsi e che si approcciava all’altro sempre in modo semplice e privo di giudizi. Aveva un atteggiamento di totale ascolto e possedeva l’umiltà e la purezza dello sguardo. Suscitava per questo anche tanta curiosità.

Vivere in comunità gli fece bene, perché riassaporò la libertà e imparò a relazionarsi con i ragazzi. L’ambiente familiare lo fece sentire uguale agli altri e non in competizione; amato per com’era, valorizzato e cercato. Venne trattato da leader ma non come colui che schiaccia e prevarica, bensì come chi è a servizio degli altri per aumentarne il potenziale.

Questo è lo spirito della comunità Kayròs, in cui oggi lavora: educare alla libertà in maniera responsabile.

Terminata l’esperienza di misura alternativa in comunità si sentiva cambiato e in grado di gestire da solo la sua vita, dopo qualche tempo però fu arrestato per un altro reato ed, essendo ormai ventiduenne, fu condannato a sei mesi a San Vittore, il carcere per adulti di Milano. 

Colpisce molto la sincerità del suo racconto e questa caduta fa riflettere sul fatto che a volte con facilità si assegnano etichette alle persone, etichette che diventano nuove prigioni che limitano la possibilità di cambiamento. Come diceva il filosofo Søren Kierkegaard: «Quando mi etichetti, mi neghi».  

Daniel lo ha definito il periodo più brutto della sua vita, in cui si è sentito umiliato, condannato esistenzialmente e tornato ad essere un fantasma. E si chiedeva: 

«Sarò costretto a fare per sempre questa vita?» 

Si sentiva profondamente in colpa dopo il periodo trascorso in comunità, ma lì scoprì la passione per i libri e ad un cineforum promosso da volontari conobbe Fiorella, una professoressa di lettere ormai in pensione, che gli propose di tornare a studiare. Lo colpì in particolare una frase che gli disse: «Arriverà un momento nella tua vita dove sarai così in difficoltà da non uscirne, in quel momento non saranno i soldi a salvarti ma il sapere».

Questo è stato il secondo incontro provvidenziale della sua vita, che portò con sé grandi cambiamenti: in un anno, sempre seguito da Fiorella, infatti si diplomò (frequentando la quarta e la quinta) e sentì nascere in cuore il sogno di iscriversi all’università. Per riconoscenza e per gratitudine nei confronti di chi tenta di cambiare il mondo, scelse la facoltà di Scienze dell’educazione e non se ne è pentito. Si è laureato a febbraio 2020 e ora è educatore per restituire un po’ del bene ricevuto.

Citando papa Francesco aggiunge che il luogo privilegiato per incontrare Gesù sono i nostri peccati. Lì, come nella sofferenza, c’è qualcosa di buono ma è necessario che qualcuno ti dia una mano. In carcere ha iniziato a porsi quelle questioni fondamentali (e perdute) sulla vita. Da una domanda autentica sfociata poi in un confronto sano sia con don Claudio che con Fiorella, persone che riconobbe come le più felici e le più vere fino ad allora incontrate, è nato il suo cammino di fede. La sua è una ripartenza che muove da una proposta bella perché esigente, che interpella costantemente la sua libertà e non pone mai facili scorciatoie per vivere in pienezza. 

La storia di Daniel mette in evidenza la possibilità del cambiamento di ogni essere umano e rende urgente la necessità di investire sugli adolescenti come forma di prevenzione e alla domanda, che riprende il titolo di un libro di don Claudio, se esistano ragazzi cattivi colpisce la risposta diretta e senza alcuna esitazione: non sono ammessi ragazzi cattivi perché ognuno di noi è un talento. 

Il Bene fatto bene e in silenzio occupa le sue giornate e attrae i ragazzi della comunità residenziale in cui vive e lavora, perché come canta Niccolò Fabi educare è Costruire: «Ma tra la partenza e il traguardo/ Nel mezzo c’è tutto il resto/ E tutto il resto è giorno dopo giorno/ E giorno dopo giorno è/ Silenziosamente costruire/ E costruire è sapere/ è potere rinunciare alla perfezione».

 

 

La Redazione
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Foto credits: pagine Facebook e Instagram di Claudio Kayros e Kayròs

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