Cosa si nasconde dietro un abito?
Spesso, nell’era del “tutto e subito”, dimentichiamo che ogni capo ha una sua storia.
Oggi desideriamo raccontarvi un modo diverso di vivere la moda: non come accumulo, ma come scelta. Lo facciamo – riprendendo un argomento a noi caro – con le parole di una giovane artigiana che ha fatto della passione e della cura il proprio marchio di fabbrica.
Scoprirete la bellezza e la modernità del messaggio di Martina: scegliere un capo sartoriale, riparare un vecchio vestito o semplicemente fermarsi a riflettere prima di un acquisto impulsivo sono gesti di rivoluzione quotidiana.
Noi la conosciamo da anni per il suo impegno in Officina del Sole, oltre che per il supporto che dà alla band dei The Sun con cui condivide l’attenzione per un mondo più responsabile e consapevole.
Questa chiacchierata vi farà riscoprire il valore di ciò che indossiamo e il coraggio di chi, ogni giorno, sceglie di creare con le proprie mani.
Buona lettura!
Com’è nata la tua passione per la sartoria?
Il mio percorso assomiglia a un lungo filo rosso che ha collegato tutta la mia vita, di cui faccio fatica a ritrovare un inizio. Credo sia tutto nato piano piano, sin da bambina quando passavo i pomeriggi a riempire fogli bianchi di coloratissimi bozzetti e figurini o a improvvisare sfilate di moda lungo le scale di casa, recuperando vecchi abiti e accessori di mamma e nonne. Sebbene da piccola rifiutassi i corsi di ricamo delle suore, la vita mi ha riportata lì: ho imparato a cucire un po’ per gioco durante un gemellaggio scolastico in Lettonia alle superiori quando frequentavo il liceo artistico, per poi dare una struttura professionale durante gli anni universitari alla facoltà di Design della Moda. Le diverse esperienze lavorative in corso di studi e poi in seguito alla laurea hanno dato corpo ed espressione ufficiale a questa mia passione, oltre ad aver contribuito ad accumulare altrettanta esperienza (e ancora ne ho da imparare!).
Quali sfide stai affrontando nella tua attività artigianale oggi?
Oggi essere un’artigiana significa andare controcorrente. La fatica più grande è scontrarsi con un mercato che è sempre più ampio e competitivo, vorace e omologante. È una sfida tutelare la lentezza e il valore di ogni fase e processo, mentre il mondo sembra aver preso una velocità difficilmente ridimensionabile. È una sfida mantenere in piedi un progetto di valore faticando molto anche economicamente, perché il costo della vita si è fatto più caro. Non sembra un quadro incoraggiante, ma è la fatica del tempo di oggi ed è proprio mettendola così in evidenza che, secondo me, diventa più chiaro dove è necessario perseverare per migliorare.
Dove cerchi l’ispirazione per le tue creazioni?
La sartoria vive di ispirazioni artistiche e guizzi di creatività risvegliati dai più disparati stimoli (visivi, uditivi, tattili, …). La scintilla è colta anche nel quotidiano che innesca poi un intero immaginario che si concretizza in forme, volumi e colori da indossare. Può scattare ad esempio da un pezzo di intonaco scrostato di un vecchio palazzo, scovato durante una passeggiata a naso in su, che sbriciolandosi ha creato una macchia tridimensionale molto interessante. Mi piace altrettanto osservare la gente attorno a me, nei luoghi di vita. Osservo come sono vestite le persone, che colori hanno scelto di indossare, le diversità a volte davvero abissali tra maschile e femminile, tra differenti generazioni o culture, ma anche tra differenti lavori o in differenti luoghi.
Fonti di infinita esperienza e creatività sono certamente quei maestri che hanno tracciato per primi i solchi più importanti sui quali poi ha corso la storia della moda e si è formata fino ad oggi: Coco Chanel, Balenciaga, Valentino, Giorgio Armani, Moschino sono tra gli stilisti che più mi hanno ispirato e ancora mi incuriosiscono.
Come si racconta la storia di qualcuno attraverso un abito?
L’incontro con la cliente è un momento di creazione “a quattro mani”, in cui l’ascolto occupa il posto fondamentale. Il mio compito accogliere ogni persona in modo che si senta libera di raccontarsi. Spesso arrivano con un’idea vaga che cerco di tradurre in forme, volumi, combinazione di colori e dettagli che siano espressione del loro mondo interiore, o di parte di esso. Quell’abito parlerà proprio della persona che poi lo indosserà: grazie al mio aiuto un desiderio trova finalmente il modo di diventare reale.
Come si valorizza il corpo femminile con un abito?
Questa è una domanda molto ampia, non esiste un’unica soluzione e la storia della moda è il manifesto di come si sia provato a risponderle. Coco Chanel, per esempio, ha liberato i corpi femminili da ogni costrizione (busto, stecca o imbottitura), retaggi che erano di un tempo passato, per favorire una donna libera e più comoda. Elsa Schiaparelli, invece, considerava l’abito l’elemento artistico ed espressivo a cui un corpo doveva adattarsi e plasmarsi per potersi esprimere al meglio.
Io credo che all’interno di un capo d’abbigliamento ognuna debba potersi sentire davvero a proprio agio, un po’ come a casa e questo diventa valorizzante quando permette alla donna che lo veste di vedersi bella ai propri occhi sentendosi pienamente sicura, come vestita della sua seconda pelle.
Qual è la differenza tra un capo industriale e un capo sartoriale?
Come direbbe il mio docente di modellistica e sartoria degli anni universitari: “Un capo sartoriale deve essere più bello al rovescio che al dritto”. Un capo fatto artigianalmente nasconde tra le sue cuciture una scelta attenta della struttura interna: come sono realizzate le finiture, i tagli, i dettagli, la scelta di determinate lavorazioni, punti e materiali sono tutti elementi che permettono a quel capo di avere davvero resistenza e lunga vita nel tempo.
Oggi si fa più fatica a dare valore a questo tipo di lavori, cosa pensi del ruolo della sarta come artista?
Si può dire che, soprattutto oggi, si combatte una battaglia quotidiana fatta di continue critiche e paragoni (imparagonabili) tra il costo dei capi fatti a mano e quelli acquistati in negozio; tra le riparazioni che a volte costano più del prezzo del capo stesso; critiche per i tempi di consegna del capo; sguardi sorpresi perché non ci si capacita del motivo per cui una certa lavorazione possa prendere così tanto tempo “perché sembra una cosa facile”. Il su misura adesso pare “un lusso per chi se lo può permettere”.
C’è anche un pregiudizio culturale che vede la sartoria come un “vecchio mestiere”, oltre a una disparità di linguaggio per cui se dici “sarto” pensi all’uomo-artista in un elegante atelier, se dici “sarta” invece immagini una figura più umile, una donna sulla sessantina con il metro al collo seduta davanti ad una macchina da cucire nel suo laboratorio.
Dobbiamo invece rivendicare la dignità di questa professione, che richiede studio, precisione e una sensibilità particolare.
Come definiresti la moda sostenibile e cosa può fare ciascuno di noi nel proprio quotidiano?
La moda sostenibile per me è un atteggiamento che deve tenere conto del contesto in cui si muove e assumere un ritmo che segue un flusso già esistente e naturale, senza anticiparlo o forzarlo. Sostenibile è qualcosa che permette di sentirsi bene, di sentire sulla pelle una sensazione di fresca avvolgenza ed è permettere a ciascuno di sentirsi al proprio meglio.
Nel quotidiano ognuno di noi può iniziare guardando con occhi nuovi quello che ha già nell’armadio per poterlo così sfruttare, magari con qualche abbinamento nuovo, qualche riparazione o integrazione ben studiata (anche insieme a me) affinché ciò che poi ci accompagna addosso ogni giorno possa durare più tempo possibile.
Ci racconteresti il vestito come filiera nell’ottica della sostenibilità, anche a partire dalla tua esperienza in Golden Goose?
Basandomi sulla mia esperienza in una realtà industriale articolata, credo debba esserci una grande sinergia tra tutte le parti e un “ascolto” vero della società. È necessaria l’analisi della domanda effettiva, del reale potere d’acquisto delle persone e dell’impatto generale della novità che si va proporre: in generale fare analisi di mercato più approfondite e “oneste”, per poi effettuare scelte produttive e di acquisto più centrate ed adeguate alle necessità reali.
Sembra assurdo, ma ritornare a “leggere” davvero le persone può cambiare molto l’andamento delle produzioni in tutti i settori.
La Redazione
redazione.ods@gmail.com
GALLERY di alcune creazioni dAMARTi
Vi lasciamo anche i riferimenti dei canali social di Martina, in cui vedrete altri suoi progetti e dove troverete anche i suoi contatti: dAMARTi – Sartoria a colori e damarti_martinasegatto.




